L’ultimo banco

“Dimostriamo al mondo chi siamo e da dove veniamo”

“Vede, suo figlio è un ragazzino intelligente, ma non si applica è distratto! Sogna, si incanta, in storia confonde le date, fa i compiti del giorno dopo, si mette a parlare del futuro come se lo avesse visto e dei Babilonesi come se li conoscesse. Mescola i romanzi, la geografia, gli animali. E soprattutto quando parla salta da una cosa all’altra, da un argomento all’altro, divaga, e non sa mai che ora è che giorno è, gli compri almeno un orologio.” Iniziava sempre così, con una cazzo di predica. Ma chi siamo infondo per essere costantemente giudicati? Vi rendete conto che da quando mettiamo il primo piede a scuola veniamo letteralmente sommersi dalle influenze di altri tipi di personalità? Di tanto in tanto rientravo a casa e me ne uscivo con una parola in dialetto Napoletano, i miei non erano Campani… era l’influenza della professoressa d’Itaglian, quella chiattona, batteva così forte le mani piene di anelli sulla cattedra quando qualcuno dell’ultimo banco “stranamente” faceva rumore, che vibravano pure i succhi di frutta all’interno degli zaini che riponevamo dietro la sedia con su inciso Lazio Merda col compasso. Che poi, io la pizzetta per la merenda la prendevo da Errichetto sotto casa e per tenerla calda fino alla ricreazione la mettevo sul termosifone. Il termosifoonde era uno dei privilegi del risiedere all ultimo banco, tra i figli dei disagiati, dei separati, divorziati, c’è una visuale che manco la spiaggia del fottuto relitto di Zante dall’alto è più figa! Per guardare la lavagna devi avere 11 cazzo di decimi, e per ascoltare le poesie in napoletano della maestra ci vuole l’orecchio bionico di “spider motherfucker man”. Se stai all’ultimo banco e devi buttare la carta della pizzetta di Errichetto nel cestino, non ti alzi. Perché a scuola come in chiesa devi stare seduto mentre gli altri spiegano, o predicano…in napoletano. Allora ti inventi il supercazzo shoot da 6 (sics per la maestra) points, passa la 4 fila, poi la terza…vola, sfiora la chioma di Arturo il roscio, sfiora la spalla di Marina la perfettina, arriva al lato della cattedra, la prof la vede…sbaaaaaamm, palla di carta nel cestino! Micheal Jordan, O’Neal, tutti muti. Le bambine del primo banco, parlano coi bambini del primo banco da piccole, ma sognano l’uomo dell’ultimo da grandi. Come potete dire ad una mamma che suo figlio, o’ scarrafone (per la prof di Itaglian) non va bene a scuola? Noi dell’ultimo banco abbiamo le palle, a casa schivavamo i piatti che si lanciavano in segno d’affetto i nostri genitori. Noi dell’ultimo banco non potevamo permetterci vestiti nuovi, andavamo in giro con le toppe sui jeans. Quanto costano oggi i vestiti con le toppe? Sbam.. alta moda! Cazzo se eravamo lungimiranti e creativi, cullati da nonni tipo Karl L.! Noi dell’ultimo banco a educazione fisica eravamo medaglie d’oro, velocità, corsa ostacoli eravamo treni, salto in alto volavamo in cielo. Per un giorno e solo per uno, in occasione dei giochi della gioventù, eravamo l’orgoglio della scuola. Medaglie, coppe, champagne analcolico. E le ragazzine del primo banco, mute, coi loro esseri pieghevoli foppapedretti, piu storti e più gobbi di un cammello. Noi del fottuto ultimo banco, eravamo rispettati dal branco, perché a casa avevamo il capo branco. Cresciuti a suon di urla, a casa, a scuola, in mezzo alla strada di provincia con la comitiva…cani randagi, capaci di procurarsi qualsiasi cosa e di adattarsi al mondo senza il bisogno di dipendere dagli altri, senza baciaculismi. A noi dell’ultimo banco non faceva paura il tema di Italiano, nonostante fossimo campioni di errori grammaticali (i distratti), sceglievamo sempre la traccia libera e non il temino preimpostato, perché avevamo qualcosa da raccontare. Così trasparenti che tra le righe, potevi leggere la nostra amara vita. Se solo qualcuno se ne fosse accorto, se solo qualcuno se ne accorgesse, scoverebbe dei geni. Invece no, tutto il sistema giudica, ma noi abbiamo le spalle abbastanza larghe per sopportare tutto quello che la vita avrà da offrirci. Perché l’incomprensione ha inizio nelle scuole, ma prosegue nel lavoro. Quando il tuo capo non è altro che un capo, una persona che sfoga su di te i suoi problemi, quando i colleghi ti isolano, quando non viene apprezzato il tuo lavoro ma deriso, quando dai 100 e gli altri prendono il merito al tuo posto. Noi dell’ultimo banco, se ci prefissiamo un obbiettivo lo raggiungiamo e non abbiamo bisogno di aiuti, basta solo che ci arrotoliamo le maniche, con lo sguardo di Brad Fucking Pitt in Fight Club e dimostriamo al mondo, chi siamo e da dove veniamo.

“Dedicato a tutti quelli che pensano di essere deboli, di non farcela, di essere soli. Non siete soli, siete diversamente tanti, in poche parole unici”.

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